AVVENTO TEMPO DI ATTESA

III Domenica per annum: 21 gennaio 2018

“Lasciarono le reti e lo seguirono” (Mc 1,18)

I primi compagni furono ingaggiati per una straordinaria battuta di pesca: “Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini” (Mc 1,17).

“Tu seguimi”, oggi come allora un invito esigente. Sulle sponde della nostra vita, sul mare della nostra esistenza, della nostra quotidianità, fatta di bonaccia e di tempesta, il Maestro di Galilea passa e chiama. Seguirlo è lasciare, è sapere di doverlo fare perché “il tempo si è fatto breve”. Nel momento in cui il Maestro fa ingresso nella nostra vita, e noi gli permettiamo di entrare , tutto si esalta, si relativizza, tutto è compiuto in ragione della sequela. L’incontro con Cristo obbliga a guardare la vita con occhi nuovi; ogni cosa è diversa, tutto viene orientato dai suoi passi.

Guardare nella sua direzione è dare senso alla vita, significato al tempo e alle ore; è lasciare le reti della presunta sicurezza, della falsa tranquillità, del conformismo, di una storia prigioniera di calcoli egoistici. Lasciare le reti per le sue significa farsi compagno del suo Vangelo. I primi compagni mettendosi in gioco lo seguirono provandoci.

Allora come oggi è difficile stargli dietro, ciò che ci è richiesto non è di avere la sua stessa andatura, correre alla sua stessa velocità: non è vincere la gara ma tentarci, riuscire a mettercela tutta per correre la sua avventura. Lasciare le reti è convincersi che le sue sono più robuste, più sicure per godere il guadano in una pesca miracolosa. Non avere paura del giudizio per i passi andati a vuoto, ma fidarsi dell’amore della guida che sa aspettare anche chi rallenta e chi con serena fiducia lo ha scelto come battistrada.

Don Walter, vostro parroco.

Il Tempo ordinario o Tempo durante l’anno (per annum)

Tempo dell’ascolto e della testimonianza, il Tempo Ordinario o Tempo durante l’anno (per annum), contrariamente a quanto si potrebbe credere, è un tempo di particolare importanza a cui forse non si dà la dovuta attenzione.

Costretto tra i grandi eventi dei tempi forti, Avvento-Natale e Quaresima-Pasqua, potreste apparire nell’immaginario collettivo dei fedeli un tempo meno forte, di secondaria importanza. Anche l’appellativo “ordinario” probabilmente trae in inganno, come se stesse ad indicare una contrapposizione con la straordinarietà delle celebrazioni del mistero dell’incarnazione, morte e risurrezione di Nostro Signore.

In realtà senza il Tempo Ordinario non si comprenderebbe appieno la celebrazione del mistero di Cristo, né avrebbe senso la vita dei credenti se il Natale e la Pasqua fossero vissuti come momenti isolati dai giorni ordinari, senza coinvolgere e permeare l’intera esistenza dei singoli fedeli e di tutta la comunità ecclesiale. Di fatto, ogni domenica dell’anno, in quanto celebrazione settimanale della Pasqua del Signore, ha in sé il tuo incommensurabile valore.

Il Tempo Ordinario abbraccia trentatré o trentaquattro settimane, sulle complessive cinquantadue del ciclo liturgico: inizia il lunedì dopo la domenica in cui si celebra il Battesimo di Gesù e si protrae fino al Mercoledì delle Ceneri, quando si interrompe con l’inizio della Quaresima, per poi riprendere il lunedì dopo la domenica di Pentecoste che conclude il Tempo di Pasqua.

La peculiare fisionomia del Tempo Ordinario è data dalla lettura più o meno continua di un testo biblico interrotta dal ciclo pasquale che nulla toglie alla continuità degli eventi, anzi dà nuova luce a tutti i momenti della vita terrena del Signore, svelando il fine escatologico della sua missione che nella morte e resurrezione trova il suo culmine. Il Tempo Ordinario è un tempo significativo che, evocando progressivamente la vita di Cristo in opere e parole, chiama la comunità dei fedeli all’ascolto e alla testimonianza quotidiana del proprio credo. Per seguire Cristo non è necessario fare cose straordinarie, ma bisogna rendere straordinario l’ordinario, anche con un piccolo gesto d’amore, nella quotidianità della vita, là dove il Signore ci chiama.

L’una dopo l’altra, le domeniche del Tempo Ordinario, con le parabole del Regno di Dio, i miracoli di Gesù e i suoi insegnamenti sul valore della condivisione, capace di moltiplicare pani e pesci, ci inducono a riflettere sul significato profondo della nostra fede. E forse non è il caso che i paramenti liturgici si tingano di verde, il colore della speranza, quasi a voler ricordare a quale speranza siamo stati chiamati. (Ef 1,18). Passo dopo passo la Parola del Maestro ci aiuta a comprendere se onoriamo Dio con le labbra o con il cuore. E mentre la Parola, come un seme che cade in terra buona, produce i suoi frutti, il nostro cammino alla sequela di Cristo prosegue tra inciampi e cadute, ma a nostra insaputa, “di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce” (Mc 4,27)

La solennità del Cristo Re, Signore del tempo e della storia, alfa e omega, inizio e fine, chiude l’anno liturgico.

II Domenica per annum: domenica 14 gennaio 2018

“Venite e vedrete” (Gv 1,39)

La richiesta dei discepoli, “Maestro, dove abiti?”, nasconde il desiderio di un incontro e il bisogno rassicurante di risposte. “Dove sei? Perché mi nascondi il tuo volto? Perché tutto questo?”. Sono domande che attraversano la storia umana e narrano la sua inquietudine. Se non avesse la libertà di porre queste domande a Dio, l’uomo sarebbe meno uomo; senza ascoltarle, Dio, il Padre di nostro Signore Gesù Cristo, sarebbe uguale agli altri dèi costruiti da mani d’uomo, divinità senza orecchie e senza cuore.

Il Figlio dell’Uomo, invece, si carica delle inquietudini della storia e, pronto a liberare la Parola nel tempo, la risposta del Padre suo, si presenta a Giovanni come compagno dei derelitti e degli abbandonati. Senza dire ancora nulla, grida con la sua testimonianza quale sarà la risposta. L’uomo del deserto decifra quel silenzio: “Ecco l’Agnello di Dio”. (Gv 1,36) Ecco chi aspettavamo, chi può liberarci, superare il male, scoprire la via che libera dal peccato, è grande opportunità.

“Venite e vedrete” è provare ad essere coraggiosi dell’amore che Dio ci offre, un amore che salva, che perdona. Sarebbe davvero un peccato vivere senza questa liberazione.

Don Walter, vostro parroco

Festa della Santa Famiglia: stupenda provocazione in tempi di fuga.

Maria, Giuseppe e il Bambino sono la prima famiglia cristiana, origine da cui partire.

La nostra società è profondamente cambiata, ignorarlo è impedire al Vangelo di incarnarsi. Il mondo è in rapida evoluzione, costretto da mode e nuove idee a modificare i valori fondamentali.

E’ difficile non capire che cosa sai successo negli ultimi anni alla coppia: la pratica del divorzio è ormai pane quotidiano e nuove forme di famiglia avanzano. Tantissimi hanno fatto esperienza della sofferenza di un abbandono o hanno deciso consensualmente altre vie coniugali. Tanti fanno i conti con un dopo non previsto, anche economicamente, e la gestione dei figli, il dialogo, a volte il conflitto, con le nuove parentele costa.

Per tanti questo è una conquista, tuttavia, imporre il silenzio sul modello cristiano della famiglia è contro la libertà. Sarebbe drammatico, anche per chi la pensa diversamente, ipotizzare che un matrimonio fondato sul sacramento sia di per se stesso, dati i tempi, obsoleto e troppo complicato, esigente, e per questo impraticabile.

L’amore è sempre indissolubile: se si ama qualcuno sapendo dal principio che è una storia a termine, vuol dire che non è amore, ma calcolo. Capire il dramma di una separazione, accogliere, come da più parti reclamato, chi non vive il matrimonio sacramento, non significa che si possano mettere sullo stesso piano la fedeltà e l’infedeltà, il rispetto del vincolo e il non rispettarlo.

Il matrimonio è un’esaltante esperienza, la famiglia unita è ricchezza irrinunciabile. I nostri giovani, invece, spesso arrivano al matrimonio correndo l’emozione, più che la responsabilità, e qualora si ricordi loro che il matrimonio è sacro, non hanno remore nel rispondere che, comunque vada, c’è sempre una via d’uscita. Se ai giovani lanciamo un messaggio di precarietà e non offriamo ideali saldi, rendiamo le loro scelte inconsistenti.

Un sì per sempre è possibile, si può costruire e mettere la propria libertà nelle mani di un altro per farlo felice, soprattutto per essere felice: è l’egoismo del sì. E poi c’è altro. Sebbene il divorzio sia dato per legge, nessuna legge può autorizzare un padre e una madre separati ad usare i figlio l’uno contro l’altra. Un figlio non ha altro diritto in natura che i genitori che gli sono dati. E’ grave usare la propria libertà, reclamata per sciogliere un matrimonio, compromettendo la libertà dei figli. La solitudine dei nostri ragazzi, le loro difficoltà, nascono dalla nostra irresponsabilità. La legge umana spesso è una convenzione, la natura richiede invece che un padre non abbia alla libertà che esserlo, e che una madre, quando mette al mondo un figlio, sia madre per sempre.

L’amore più grande è dare la vita per l’amato. Come cristiani siamo chiamati ad esercitare la missione della pace, la passione per la verità e la coerenza con il Vangelo, ad essere il sale della terra e la luce del mondo. Proporre i nostri ideali non sempre è facile, specialmente quando la nostra voce sembra essere impopolare. Tuttavia difendere il sacramento del matrimonio, non è crudeltà, come ritiene qualcuno, non è insensibilità verso chi vive una scelta diversa. E’ lottare per quell’ideale in cui si crede, è coerenza tra il nostro sì credente e la vita, senza mai trascurare la misericordia e il rispetto per chi sceglie altro.

La festa della Santa Famiglia è una proposta di stile, conforto per chi dona ogni giorno la gioia e la sofferenza per la pace e la stabilità della propria casa. Stupenda provocazione in tempi di fuga.

don Walter, vostro parroco.

4 domenica di Avvento e Natale

“Avvenga per me, secondo la tua Parola” (Lc 1,38)

Natale rimanda ad una nascita, lo dice la parola stessa, il protagonista è colui che sta per nascere. La bella notizia, il significato vero della festa, è un Dio che si incarna nella nostra storia, un Dio che si fa bambino, che si mette nelle nostre mani, un Dio che ha deciso di venire ad abitare in mezzo a noi. Anzi, in noi, in ciascuno di noi.

Il Natale non può essere vissuto come altro dalla nascita del Figlio della salvezza, costringendo il festeggiato a mettersi nell’angolo dell’avvenimento. Gesù è diventato carne nostra e la storia ha preso una diversa direzione: ignorarlo significa ignorare noi stessi, compromettere la stessa gioia della festa. Il giorno del Natale passa presto e se non scopriamo l’altezza, la larghezza e la profondità del suo significato, ci sorpassa senza lasciare traccia. Natale è il Dio bambino che arriva in noi, ma è anche la risposta di chi lo accoglie; il Dio che s’incarna chiede ad ogni uomo la sua risposta, accoglierlo è dire sì alla sua Parola. Credere in Gesù Cristo è edificare un mondo di giustizia e di pace, di fraternità e di amore.

Riprendiamoci i sogni di una festa vera, celebriamo il Natale come una scoperta di noi stessi, tempio in cui Dio trova casa. Dio sceglie la nostra miseria e la trasforma: si fida di noi.

Fidiamoci di Lui.

Un augurio sincero di buon Natale,

don Walter, vostro parroco

Il Tempo di Natale

Il Tempo di Natale è il tempo della gioia in cui celebriamo il Dio con noi. E’ il tempo in cui si celebra il mistero dell’incarnazione del Verbo, la Parola che si fa carne per abitare nel cuore dell’umanità. Quella stessa Parola, che in principio aleggiava sulle acque, curatrice del cielo e della terra, irrompe nella storia del mondo e capovolge il destino degli uomini, da quando nel silenzio di quella lontana notte un angelo avvolse di luce la terra per annunciare una grande gioia: “Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore” (Lc 2,11)

Dalla Messa della santa notte del 24 dicembre, fino alla domenica in cui si ricorda il Battesimo di Gesù, che chiude il Tempo di Natale, i paramenti liturgici si colorano di bianco a ricordare la vittoria della luce sulle tenebre. Ogni anno, scintillii di luci illuminano le strade e in ogni famiglia si fa festa, ma in un tempo di parole vuote si corre il rischio che il Natale non venga vissuto nella sua verità. Distratti dai colori della festa, non sempre siamo in grado di cogliere la gioia della salvezza che ci viene offerta, spesso dimentichiamo l’importanza dell’evento, così che passato il Natale, ritorniamo all’amarezza di una vita senza senso e quella Parola salvifica, che prende carne nel Bambino, non ha più possibilità di rinascere nel nostro cuore.

In un tempo di parole inutili e menzognere, di parole che illudono, non siamo più in grado di discernere ta le tante parole la Parola che salva. Forse troppe parole ci hanno fatto credere che anche la salvezza sia qualcosa da comprare al mercato dei falsi bisogni, così che, invece di inseguire la luce che illumina ogni uomo ci affanniamo per acquistare la nostra, personale, salvezza , per poi accorgerci che si può possedere il mondo intero, senza possedere se stessi, senza essere felici. E soltanto allora cominciamo a capire che possiamo invertire la rotta solo se ci lasciamo illuminare dalla luce vera che viene nel mondo.

Tempo di letizia, in cui la Chiesa celebra i misteri dell’infanzia di Gesù e la gloria di Maria, Madre del Redentore, il Tempo di Natale è il periodo in cui la Parola ci porta a comprendere come la nascita di Gesù, che ha cambiato la storia del mondo, possa cambiare la nostra storia personale: ” Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare Figli di Dio” (Gv 1,11-12)

La prima domenica dopo Natale, dedicata alla Santa Famiglia, ricorda la prima famiglia cristiana, origine da cui partire, ricchezza irrinunciabile per ricostruire il futuro in un tempo in cui la conflittualità, la crisi della coppia e la disgregazione delle famiglie, hanno preso il sopravvento sul valore dell’unità; il primo gennaio è dedicato alla Madre di Dio, pre provocare sull’esempio di Maria il coraggio di una vita diversa; nella seconda domenica dopo Natale, la lettura del Prologo di Giovanni ci riporta a meditare sul mistero dell’incarnazione del Verbo; con l’Epifania, la riflessione cade sulla prima manifestazione della divinità di Cristo a tutte le genti, rappresentate dai magi, i sapienti che, dopo il piccoli della terra, arrivarono alla grotta per adorare il Salvatore; infine il Battesimo di Gesù, la seconda manifestazione della divinità di Cristo, invita noi tutti a un cammino di purificazione e conversione.

Il Tempo di Natale è dunque ricco di gioia, dio suggestioni, di insegnamenti e di provocazioni per indurci a seguire la luce di Cristo, venuto nel mondo a trafiggere l’oscuro manto del nulla e vincere le notti dell’uomo.

E’ un’occasione propizia per riflettere e dare, al di là della festa, significato ai giorni della nostra storia, la nostra, fatta di giorni lieti e giorni tristi, per poter poi ritornare alla quotidianità della vira con la consapevolezza di essere parte di un progetto salvifico aperto al futuro, all’eterno, e ritrovare, nella gioia e nel dolore, la voglia di vivere in Cristo salvatore, nostra speranza.

3 Domenica di Avvento

“Rendete dritta la via del Signore” (Gv 1,23), preparatevi al suo arrivo.

Terzo verbo per arrivare all’incontro: preparatevi.

Se viene a casa mia una persona cui tengo, faccio di tutto per fare bella figura; se viene colui che amo, penserò ad ogni dettaglio per renderlo felice e la mia gioia sarà inaudita quanto “lo vedrò a faccia a faccia” (1 Cor 13,12) Se lo sposo sta per venire, se colui che attendo è il Signore della pace, on può essere accolto dai rumori della guerra. Mi preparo e organizzo i sentieri del dialogo.

Se amo la giustizia, è necessario, raddrizzare la via scoscesa dell’egoismo umano: l’attesa è tempo in cui il lieto annunzio del suo arrivo cala chi lo aspetta nella mischia della vita, perché i ciechi vedano, gli zoppi camminino. Il tempo dell’attesa è insieme tempo di speranza e lotta di liberazione. Non solo i riti, non solo le parole, ma la giustizia è segno che davvero lo sposo è atteso.

La comunità dei credenti è il luogo dove si pratica la speranza, la certezza dell’incontro rende felici e provoca l’edificazione di un mondo migliore. Giovanni, il precursore, ha fatto la sua parte.

         Martin Luther King sosteneva che i cristiani dovrebbero esser termostato nel mondo e non termometro. Serve riscaldare il mondo con l’energia della speranza e vincere la violenza del sopruso con la violenza dell’amore. Prepariamoci! Il Natale sta per arrivare.

Maràna thà! Vieni Signore Gesù!

don Walter, il vostro parroco

Luoghi comuni 10 – Non c’è niente da ridere!

In verità forse ciò che manca è proprio un po’ di sano umorismo, di senso della misura, e di autoironia. Che fa’ rima con umiltà, con modestia, con serenità. Si, se sapessimo sorridere di più forse il nostro tempo migliorerebbe.

E’ una questione seria, importante, il riso: saper ridere di sé, con gli altri, è sempre segno di saggezza. E’ il ridere degli altri, da soli, magari di nascosto, alle spalle, che invece p sintomo d’orgoglio, di boria, di presunzione, basi dei luoghi comuni!

Imparare a sorridere dei propri limiti, delle proprie storie, delle proprie parole aiuta a cogliere in modo diverso la vita stessa. Ci sono dei momenti in cui penso che Dio stesso sorrida del suo creato, non potendo fare altro.

Un vecchio detto chassidim, i mistici ebrei della vita quotidiana, racconta che Dio cerò l’uomo semplicemente perché amava sentirlo raccontare storie. E che l’uomo avesse storie da raccontare, sia ieri che oggi, non v’è alcun dubbio!

La questione si pone riguardo al racconto, ovvero a quanto si aggiunge, si toglie, si modifica del senso delle parole, e a quanto troppe volte il racconto perda di spontaneità e di voglia di relazione. Sarebbe interessante come esercizio, riprendere a raccontarsi, e, alemanno ogni tanto, a fidarsi degli occhi degli altri.

Centro per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso – Trento 2017