
Celebriamo la 28^ domenica del Tempo Ordinario. Il Vangelo che la liturgia ci offre è una domanda rivolta a tutti noi che, senza alcun merito, siamo stati ricolmati di grazia e accolti nella Chiesa di Dio, a partire dal dono del Sacramento del Battesimo: abbiamo indossato – per rimanere nella suggestiva immagine della parabola raccontata da Gesù – l’abito della gratitudine? La nostra vita è un ringraziamento al Padre che ci ha chiamato per pura misericordia? Oppure ci siamo rivestiti dell’abito dell’ingratitudine o, peggio ancora, dell’indifferenza? Abbiamo preso coscienza che è stato il Sangue del Figlio di Dio a farci entrare nella sua festa?
La salvezza è presentata da Gesù come l’essere invitati e accolti in un banchetto di nozze. Alcuni rifiutano l’invito: sono coloro che per primi l’hanno ricevuto, ma non avvertono più il bisogno di conversione. Altri vengono invitati al loro posto, ma a tutti è richiesto di presentarsi con la veste nuziale, simbolo della rinuncia al male, al peccato. Per indossare questo vestito, se ancora ci manca, accogliamo l’invito del profeta Isaia a proclamare con la nostra vita: “Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza”. Sì, esultiamo perché ha strappato il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Anzi, con la croce ha eliminato la morte come condanna definitiva, e ormai, come San Paolo, anche ciascuno di noi può confessare: “Tutto posso in Colui che mi dà la forza!”. Rivestiti di gratitudine, diventiamo capaci di amare come non avremmo mai immaginato!
don Francesco, vostro parroco






