AVVENTO TEMPO DI ATTESA

Alla comunità’ cristiana di Arco

Alla comunità cristiana di Arco:

ho pregato e riflettuto molto, in questi mesi, alla luce di alcune fatiche personali e relazionali, vissute soprattutto nell’ultimo periodo della mia presenza in questa grande comunità.

Oggi ritengo di non avere più la necessaria serenità e le forze per continuare il mio servizio in mezzo a voi.

L’Arcivescovo, che ringrazio di cuore, ha accolto la mia ferma richiesta di essere sollevato da ministero e dalla responsabilità di parroco.

Dico grazie a quanti mi hanno accolto e mi hanno voluto bene per camminare al loro fianco. Ho ricevuto molto da voi e chiedo scusa se nel corso del mio ministero posso aver ferito qualcuno.

Il Signore Gesù sia indulgente e misericordioso, soprattutto con me.

Arco, 2 dicembre 2018                                                                               Don Walter Sommavilla

XXXIV Domenica per Annuo: Cristo Re dell’Universo!

 “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18,36) 

La regalità di Cristo non è di questo mondo, non è interpretabile con argomenti di potere e di dominio umano. Una regalità difficile da comprendere, fatta di martirio e di dolore; “Ecce homo!” 

Come fidarsi, come pensare che il gregge si possa salvare se il suo pastore è condannato a morte? 

Un solo Signore, un solo Dio, Padre di tutti, che unisce un nuovo popolo in un solo battesimo, è comprensibile solo se si riesce a partire da questa verità: un Dio che si fa carne, e carne sofferente, può essere scandalo per gli ebrei, stoltezza per i pagani ma per chi crede è salvezza. 

La corona di spine, la croce, sono il segno della sua partecipazione al dolore del mondo: il re è posto dinanzi, sta prima degli altri per dichiarare il proprio amore. Non così i re della terra che il più delle volte nel momento del pericolo abbandonano alla sofferenza e alla violenza il loro popolo. 

Il nostro re non è solo un eroe, è il Figlio di Dio che dà la vita: se Dio in Cristo ci fa da guida, potremmo avere più fiducia, potremmo avere più entusiasmo rispetto all’esistenza. 

Ritornare a Cristo, Re dell’universo, non è soltanto tornare all’osservanza della pratica religiosa, per l’uomo di fede è una necessità salvifica che non riguarda solo il tempo futuro ma il presente. È una ricerca di significato da consegnare alla vita. 

don Walter, vostro parroco. 

XXXIII Domenica per Annuo: 18 novembre 2018

 “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mc 13,31) 

Una profezia di speranza, una certezza che nel corso degli avvenimenti rende eterna la Parola che non passerà: Cristo è la Parola, l’alfa e l’omega, l’inizio e la fine. 

Gesù ha consegnato alla storia la parola definitiva: piccolo gregge, non avere paura, io sarò sempre con voi: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,15). 

La sua Parola non passerà! Oggi penultima domenica del Tempo Ordinario, siamo chiamati a riflettere sugli ultimi giorni. La fede orienta al completo abbandono nella mani di Dio e induce a ritenere la propria vita aperta al futuro di un incontro decisivo. 

L’uomo di fede, il compagno di strada di Gesù, certo che nessuna delle sue parole passerà, vive il presente con più coraggio, nell’umiltà di quello che non ha, nella consapevolezza che se Dio è dalla sua parte il mondo e la vita saranno trasformati in luce eterna. 

Che grande cosa è la fede! Dentro ciascuno la promessa di Cristo, “le mie parole non passeranno”, fa scoprire una luce che non muore, che offre la possibilità di vivere la vita con verità. 

Ci saranno giorni lieti e giorni tristi, ci saranno momenti di vittoria e momenti di sconfitta, ma il credente resterà sulla vetta del monte della speranza con il Cristo e mentre lo guarderà negli occhi pregherà: “Signore, non tardare, se tu sei con me, niente e nessuno, neppure la morte, potrà essere contro di me”. 

don Walter, vostro parroco. 

XXXII Domenica per Annuo: 11 novembre 2018

 “Questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri” (Mc 12,43) 

Due monetine non fanno rumore nella cassa dei potenti. 

Il rumore del denaro, per l’uomo di fede non è tanto fragoroso quanto quello della piena, totale, libera generosità. 

L’ostentazione del potere passa anche per le offerte generose, e il fracasso della beneficenza più che dare conforto ai deboli rende servizio al donatore. 

Se la storia delle convenzioni umane prevede che i primi posti, anche nei templi costruiti dagli uomini, siano riservati ai ricchi e ai potenti, nell’annuncio di Gesù il posto migliore è dato alla purezza di cuore che, benché sia spesso silenziosa, viene premiata dal Signore, Padre di misericordia: “Date e vi sarà dato”. (LC 6,38). 

Se la vera riconoscenza viene da Dio, lo sforzo allora dovrebbe essere messo nel riconoscere il testimone di misericordia. 

È necessario cercarlo, individuarlo, confrontarsi con lui per imparare dalla sua ricchezza a vincere la vera povertà generata dal calcolo, dall’egoismo, dalla paura di perdere le proprie sicurezze. 

In un tempo di crisi come quello che stiamo vivendo, molti benestanti eliminano la solidarietà, mentre chi è in difficoltà economica continua a sentire il dovere della condivisione. 

Forse perché solo chi soffre comprende il sofferente, ma questo non giustifica l’avarizia dei ricchi. 

La generosità del povero spesso ridicolizza il falso potere degli egoismi terreni. 

don Walter, vostro parroco. 

recapiti e informazioni

 

Per emergenze (unzioni infermi, funerali, altro) rivolgersi a don Roberto Gremes (cell. 360 97 38 55) che farà riferimento ai padri Scalabriniani (p. Ampelio) e ai padri Concezionisti (p. Benny). 

Per le celebrazioni festive e feriali ci sono anche don Giovanni e don Augusto con il diacono Umberto oltre l’amministratore parrocchiale don Ferruccio. 

Nelle prossime settimane don Ferruccio sarà presente il sabato e la domenica in Canonica e a necessità; il resto della settimana è a Trento. 

XXXI Domenica per Annuo: 4 novembre 2018

 “Non sei lontano dal Regno di Dio” (Mc 12,34) 

A volte si corre il rischio di onorare Dio con le labbra, ma non con il cuore: “Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede”. ( 1Gv 4,20). 

Paradossalmente non è lontano dal regno di Dio chiunque ama il suo prossimo, perché chi ama suo fratello come se stesso, senza nemmeno saperlo, ama Dio. Tuttavia, i due comandamenti restano inscindibili: chi ama il prossimo, ma non conosce Dio, è vicino al regno, ma non vi è ancora entrato, perché perde la gioia di sentirsi amato da Dio, sicuro all’ombra delle sue ali. 

Amare Dio non è un obbligo per ottenere la sua protezione ed evitare il castigo eterno: non è una regola che si accetta o meno. Amare Dio è come percorrere una strada circolare che inizia dall’amore per sé stessi, per poi passare all’amore per gli altri che conduce al Padre, là dove la strada ricomincia. Ma il viandante, arricchito dall’amore sperimentato, questa volta, nel riprendere la via, ha un amore più forte: ora ama di sé stesso anche i difetti del suo corpo, i limiti del suo carattere, le sue debolezze perché sente di essere una creatura di Dio, degna di rispetto. E amando le proprie carenze, egli impara ad amare quelle degli altri e la cerchia del prossimo si allarga sempre di più. 

E più sono numerose le persone che riusciamo ad amare, a perdonare, a compatire, ad aiutare, ad accogliere, più velocemente la strada ci riconduce a Dio. 

Don Walter, vostro parroco. 

Festa di Tutti i Santi

Tante volte mi chiedo a che cosa serve accendere una candela e pregare un santo quando Gesù ci ha rivelato che Dio è Padre ed è vicino a chiunque lo invoca. Non dovrebbe Dio ascoltare direttamente la nostra preghiera?

Il rischio infatti è quello di metter in secondo piano Dio che avendo una schiera molto folta di santi davanti che intercedono e che esaudiscono le preghiere diventa ancor più lontano e sconosciuto. Ma questo è l’esatto opposto di quello che Gesù è venuto a rivelare: Gesù infatti è il Dio fatto carne che scende dal “piedestallo” del cielo per farsi vicinissimo a ogni uomo, senza più intermediari e intercessori.

I santi allora che ci stanno a fare nella nostra vita di fede?

I santi in molti modi diversi ci dicono che quello che Gesù ha detto e fatto non è impossibile.
Ci sono pagine come questa delle beatitudini che se ci pensiamo bene sono molto sconcertanti. Come si fa a dire “beati i poveri” con la crisi economica che strozza le famiglie più povere (mentre i grandi industriali e politici che schiamazzano sono in realtà i più tranquilli)? Come si fa a dire “beati gli operatori di pace” in un contesto sociale e mondiale che va in direzione opposta alla pace? Come si può dire “beati i misericordiosi” quando la bontà e il perdono rendono perdenti, mentre vince solo chi è furbo e chi sa ingannare il prossimo?…

E la lista di pagine “impossibili” del Vangelo è interminabile e potremmo elencarle all’infinito.

Ecco, i santi ci dicono che tutto quello che è narrato nel Vangelo in realtà è possibile viverlo, e chi dice che in fondo è solo una favoletta per piccoli si sbaglia perché il Vangelo è un potente mezzo di rivoluzione per la nostra vita e l’intero genere umano.

I santi allora non sono da porre su un piedistallo alto e inarrivabile. Così infatti sotto sotto ammettiamo che “solo loro” hanno potuto fare quel che han fatto, mentre noi quaggiù nella vita concreta non siamo capaci.

I santi sono da porre al nostro livello e da loro riceviamo la “buona notizia” che il Vangelo è vivibile e più concreto di quel che pensiamo.

XXX Domenica per annum: 28 ottobre 2018

 “Che cosa vuoi he io faccia per te?” (Mc 10,51) 

Bartimeo era cieco. Seduto sul marciapiede della storia, mendicava aspettando la compassione come pane per vivere. 

Il passaggio di Gesù per la sua strada è una proposta di libertà: se vuoi puoi guarire! 

La luce degli occhi è comprensione del vero, profondità di conoscenza; nelle tenebre tutto è difficile, la paura prende il sopravvento su ogni cosa. La vista non è solo quella degli occhi: anche il cuore vede, la mente ha il suo “visus”, lo spirito cerca luce. 

Il peccato è restare ciechi: è non vivere la vita nella sua pienezza, nella gioia della storia ricevuta come dono, nella comprensione della compagnia di Gesù. 

Il Figlio dell’uomo è venuto nel mondo perché i ciechi riacquistino la vista. 

La libertà inizia quando dentro chi è cieco il desiderio della luce vince quello delle tenebre. 

Vedere è possibile per un miracolo d’amore, ma ogni guarigione interiore è data dal cammino verso la luce. 

Chiedere di vedere senza lasciare il proprio mantello alle spalle, senza correre alla chiamata di chi apre le porte della nuova vita, è rassegnarsi alla propria condizione, è invocare senza cercare, pregare senza credere, bussare senza avere speranza. 

Correre nella fede è necessario per poter ritornare a vedere; credere in Colui che passa per la nostra strada, nella Parola che salva è la condizione per vincere le tenebre: “Rabbunì, che io veda di nuovo!” 

don Walter, vostro parroco 

XXIX Domenica per Annum: 21 ottobre 2018

 “Chi vuole diventare grande tra di voi sarà vostro servitore …” 

Nel cenacolo del suo testamento la visione del mondo passa attraverso la logica del servizio. I primi devono dare di più. I doni si ricevono non per il proprio egoistico guadagno, ma per la trasformazione della storia. 

Nessun alibi, nessuna giustificazione è possibile a chi vuole essere compagno di strada di Gesù: “tra voi non sia così”. 

La diversità del discepolo è la sua forza, la credibilità delle sue parole la sua originalità. Se il mondo si costruisce sulla conquista dei primi posti, il Regno si offre come capovolgimento degli onori: gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi, a chi ha avuto di più sarà chiesto di più. Il nuovo ordine delle cose non è dettato da una ideologia rivendicativa… la rivoluzione del Vangelo non passa attraverso la lotta di classe, una proposta sociologica, ma è la proclamazione dell’avvento della verità definitiva: i primi saranno quelli che hanno capito che cosa valga davvero, quale sia la parte migliore da scegliere e quanto costi afferrarla per sé e consegnarla alla storia degli amici. 

E’ proprio del discepolo desiderare ciò che il Signore desidera: “Potete bere il calice che io bevo?” Ogni altra aspettativa che sia fuori dalla proposta di Gesù non è praticabile per chi voglia costruire insieme a Lui la sua Chiesa. 

don Walter, vostro parroco 

XXVIII Domenica per Annum: 14 ottobre 2018

 “Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio” (Mc 10,23) 

Le parole a volte non dicono perché non riescono più a provocare significati, ad aprire quello scrigno straordinario che ciascuna di esse contiene, a dare senso alla voglia di comunicare. Troppa solitudine, troppe parole vuote. “Donaci Signore la sapienza del cuore”. 

È difficile avvertire il sapore delle cose quando ormai sono diventate scontate, già conosciute. Si resta insoddisfatti perché terribilmente soddisfatti, sazi, nauseati dal troppo, come il giovane ricco. 

Non si è discepoli del Signore solo perché si rispettano le leggi, perché non si fa nulla di male: se vuoi essere felice devi vincere quello che ti intristisce, quello che ti porta il male dentro, la malattia del possesso. La ricchezza non è soltanto questione di beni posseduti, è uno stile di vita inadeguato, è uno sguardo puntato su un Dio diverso dal Padre di Nostro Signore Gesù Cristo. 

È un peccato morire ricchi di cose e poveri d’amore, è un peccato pensare di conquistare il mondo intero e poi perdersi senza lasciare memoria degli affetti e di compagnia. Essere discepoli del Signore è farsi seguaci di una Parola che invita alla verità. Difficile dirla a se stessi e tuttavia, qualora si riesca a farlo è capace di provocare una felicità definitiva. 

don Walter, vostro parroco.